COAST EN VOGUE

“L’ELEGANZA È INNATA E NON HA NIENTE A CHE FARE CON L’ESSERE BEN VESTITI”

DIANA VREELAND (SOPRA)

“L’eleganza è innata e non ha niente a che fare con l’essere ben vestiti” amava ripetere Diana Vreeland - amata, temuta e celebrata direttrice di Vogue America dal 1962 al 1972 - a cui Venezia ha dedicato la mostra “Diana Vreeland after Diana Vreeland” terminata il 26 giugno scorso. La sua carriera di giornalista iniziò quando, appena trentenne, fu notata da Carmel Snow mentre ballava con un abito bianco di Chanel e dei boccioli di rosa tra i capelli al St. Regis di NY. Lui, direttore di Harper’s Bazaar, la prese a lavorare con sé in quella che era - correva l’anno 1933 - la migliore rivista di moda del mondo. La mostra ne ha ripercorso la strada dagli anni Venti al boom economico, quando passò a passata a dirigere “Vogue”. Fu lei a reinventare l’immagine della modella usando donne magrissime, dai volti imperfetti, creature con personalità e non manichini: la nostra smeraldina Veruschka, le celebri Twiggy e Benedetta Barzini, Barbra Streisand erano tra le sue favorite. C’era Diana Vreeland dietro il look da first lady di Jacqueline Kennedy, e fu lei a portare Andy Warhol, prima ancora che diventasse Warhol, in Vogue. Un Vogue nuovo, geniale, trainante, messo sottosopra numero dopo numero dalla grinta della sua direttrice, di cui Richard Avedon ha diceva: “Diana non segue la moda: la moda segue lei”.  E proprio nel ‘62 nasce la Costa Smeralda, che sarà illuminata dall’astro della moda: amiche della Costa sono state top model come Marisa Berenson, Pilar Crespi, Britt Ekland e tante altre. 


LA TOP MODEL MARISA BERENSON  - IN BASSO UN  BACKSTAGE SCATTATO DA NELLO DI SALVO DURANTE UNO SHOOTING PER VOGUE AMERICA NEL 1967 AL CALA DI VOLPE

Fotografarle in Costa, tra le oniriche curve dell’architettura delle vacanze o nella natura più accogliente del Mediterraneo, è stato unire l’utile al dilettevole. Vogue ha pubblicato la Costa, ma da sempre, e in modo particolare negli anni ‘60 e ‘70, la Costa ha pubblicato Vogue: è stata la casa di chi ha letto, seguito oppure lavorato per Vogue come modella o giornalista, e oggi come allora è il posto dove la moda, inclusa l’alta moda, esce dal rotocalco e gira per locali e ristoranti, per feste e yacht. È la Costa En Vogue, un ambiente ristretto, in fondo, come deve essere. Dove l’eleganza ha un suo ruolo e i suoi adepti comunicano silenziosamente tra loro, come carbonari, con codici decifrabili solo da chi conosce ciò che si mette. Ecco perché giornalisti come Diana Vreeland hanno un’influenza così importante sui pensieri dei contemporanei, un potere celebrato con una mostra retrospettiva a 50 anni di distanza nella non lontana Venezia, un’altra importante stella nel piccolo universo di chi fa della moda un uso appropriato: libero, divertito, mai inutile, nemmeno quand’è giocoso.


Negli scorsi mesi un’altra ragazza-prodigio è diventata direttore del New York Times, la più influente testata contemporanea. In Jill Abramson riponiamo molte speranze. La prima, la più importante, è che siano le donne, in futuro, a regolare le sorti del mondo. E non solo quello della moda; noi uomini non siamo del tutto all’altezza, a quanto pare.

S c o p r i   i l   m o n d o