ATLANTIDE TRA MITO E ARCHEOLOGIA
E SE FOSSE DAVVERO LA SARDEGNA?
di Valeria Serra


Da millenni appassiona filosofi e mistici; da secoli anche archeologi, storici e scienziati: è il perduto continente di Atlantide, la favolosa isola inghiottita dal mare in una sola notte a causa di un cataclisma naturale, e della quale per primo ha scritto il filosofo greco Platone nel 360 a.C. in due dei suoi dialoghi più significativi: il Crizia e il Timeo.


Platone trasse la storia di Atlantide (esistita secondo le tesi dell’epoca quasi dieci mila anni prima) dagli scritti dell’antenato Solone al quale era stata tramandata dai sacerdoti egizi. Il nome dato ad Atlantide deriva dalla figura mitologica di Atlante, governatore dell’Oceano Atlantico e figlio del dio Poseidone, e questa isola avrebbe rappresentato il più alto livello di civiltà, di ricchezza e di armonia sociale dell’età del bronzo.


Premesso che la descrizione delle città utopiche popolate da società evolute è stato un tema ricorrente nell’antica Grecia che le identificava quasi sempre con isole lontane, le teorie moderne degli studiosi di preistoria, di geologi e antropologi sono ancora spesso in contraddizione tra loro e non è semplice discernere tra indizi credibili e tra mistificazioni o approssimazioni.

Per esempio: le ipotesi sull’effettiva collocazione di Atlantide sono le più varie anche se Platone parla esplicitamente di “un’isola più grande della Libia e dell’Asia Minore messe insieme” situata oltre le Colonne d’Ercole, che secondo la comune conoscenza furono erette sullo stretto di Gibilterra.

Di volta in volta e nel corso dei secoli come negli anni recenti, si è ritenuto che Atlantide fosse nelle coordinate più disparate: come nei pressi delle Azzorre, nel Mar dei Sargassi, o al largo delle Bahamas in corrispondenza del sito archeologico subacqueo denominato “Bimini Road”, scoperto ed esplorato nel 1968 dal celebre apneista  Jacques Mayol.


Più verosimilmente, ammettendo la reale esistenza di Atlantide, la si potrebbe far coincidere con i dintorni di Creta o dell’isola di Thera, antico nome di Santorini, che nel secondo millennio avanti Cristo fu realmente devastata da un’apocalittica eruzione vulcanica che provocò lo sprofondamento parziale dell’isola e violentissimi terremoti che avrebbero potuto propagare nel Mediterraneo una gigantesca onda anomala in grado di spazzare via gli insediamenti insulari o costieri, posti fino a trenta metri di altezza.


Infatti, la maggior parte delle ipotesi più avvalorate indicano la collocazione di Atlantide non più nell’Oceano o in luoghi remoti, elusi per motivi geologici, geografici e cronologici, ma più vicino, nel Mar Mediterraneo o nei suoi immediati dintorni, dove Platone più probabilmente poteva avere tratto gli elementi per argomentare il suo racconto.

Le conoscenze geografiche dei greci all’epoca di Platone erano molto vaghe e limitate al bacino del Mediterraneo e sufficientemente affidabili solo nell’area del Mar Egeo. Il mondo oltre l’isola di Malta, era il Far West dell’antica Grecia, un mare infido controllato dalle navi fenicie.


Ma, dunque, dove si trovavano davvero le Colonne d’Ercole? Se esse delimitavano la frontiera del mondo allora conosciuto, considerando che l’estremo sud della Sicilia era il punto più ad ovest raggiunto dalla colonizzazione ellenica, le si potrebbe collocare proprio nel canale di Sicilia, e di identificare quindi l’Oceano con quello che oggi è il mar Tirreno. Nel dialogo Crizia, Platone parla del mare di Atlante - al di là di uno stretto che i Greci chiamano Colonne d’Eracle, dove c’era un’isola, e da questa se ne raggiungono altre e da queste una terra che tutto circonda, un vero continente. Anche nel trattato di Aristotele Meteorologica, è scritto inoltre che “il mare al di là delle colonne è poco profondo” descrizione che esclude possa trattarsi dei fondali atlantici.
Un riferimento storico che può consentire di interpretare queste descrizioni è la localizzazione delle colonne  d’Ercole che fece il geografo Dicearco, discepolo di Aristotele, il quale sostiene che dal Peloponneso è molto più lontana la fine dell’Adriatico di quanto non lo siano le colonne  d’Ercole.


Nei secoli, molti studiosi e scrittori hanno dedicato opere ad Atlantide e alla stima delle sue coordinate geografiche: dal saggista americano Ignatius Donnelly che nel 1882 pubblicò il celebre saggio Atlantis, the antediluvian World, a Jules Verne che in Ventimila leghe sotto i mari porta il sottomarino Nautilus a raggiungere le rovine della mitica città sprofondata negli abissi. E ancora, l’autore del detective Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle, dedicò alla ricerca di Atlantide il romanzo The Maracot deep.


La storia contemporanea fa oggi leva soprattutto su un volume pubblicato nel 2002 dallo scrittore e giornalista Sergio Frau che nelle oltre settecento pagine dell’opera è riuscito a costruire una tesi favorevolmente accolta da archeologi e storici.
Nel suo libro Le colonne d’Ercole, lo studioso arriva a concludere che le “colonne” di cui parla Platone coinciderebbero infine con  il canale di Sicilia e che dunque l’isola di Atlantide sarebbe in realtà la Sardegna. La civiltà che edificò i nuraghi coinciderebbe allora con il misterioso popolo che Platone chiamava il “popolo venuto dal mare”, quello dei Shardana i probabili abitanti della Sardegna atavica. Frau analizza gli scritti dell’antichità in cui l’isola di Atlantide è descritta come terra dal clima mite, ricca di metalli preziosi, e che regna sui Tirrenici, ovvero, sul popolo delle torri. E le torri sarebbero forse i nuraghi che avrebbero affollato l’isola a quel tempo: diecimila edifici dei quali oggi ne restano circa settemila.

Nel descrivere Atlantide il filosofo greco scrisse di una pianura che attraversa l’isola in senso longitudinale (forse il Campidano?), situata tra due zone montuose, e con coste rocciose e scoscese. Ma c’è un’altra cosa che Platone racconta di Atlantide ed è la disastrosa inondazione che la avrebbe colpita fino a distruggerla in un solo giorno. Evento che potrebbe coincidere con il grande sisma avvenuto verso il 1200 a.C., che provocò un imponente maremoto con la conseguente inondazione della Sardegna meridionale. In effetti, i nuraghi del Sud dell’isola posti a bassa quota sono pressoché distrutti; quelli a Nord, come le edificazioni dell’imponente complesso nuragico di Barumini, (“Su Nuraxi”, Patrimonio Mondiale dell’UNESCO) che si presentano in gran parte intatti.
Un enigma quello della civiltà di Atlantide che ha interessato di recente anche il regista James Cameron, premio Oscar per Titanic e un Golden Globe per Avatar: per il National Geographic, il cineasta ha prodotto il documentario Atlantis Rising diretto dal regista canadese Simcha Jacobovici. Uscito negli Stati Uniti all’inizio del 2017, il lungometraggio è stato girato nel 2016 con la presenza di archeologi e scienziati in diverse località del Mediterraneo: Malta, Creta, Sicilia e naturalmente anche in Sardegna; l’obiettivo è stato quello di cercare le tracce della civiltà scomparsa. 

Un’esplorazione che ha aggiunto dei tasselli al mito millenario che più di ogni altro ha sollecitato la fantasia e la curiosità degli uomini di ogni tempo. Nessuna tesi è tuttavia ancora inconfutabile: la cautela appartiene alla razionalità degli uomini. È pur vero che da sempre la ricerca di Atlantide è espressione di un viaggio interiore, della ricerca profonda di un mondo perfetto, irraggiungibile, perduto. Qualcuno sostiene che Atlantide non sia mai esistita: ed è un aspetto che non fa che esaltare il suo mito e alimentare ancora di più il suo mistero.


Il regista premio Oscar James Cameron


S c o p r i   i l   m o n d o